Il Corpo in Mente

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Mi sembra importante spiegare il senso del nome di questo sito.
E’ innegabile che il nostro equilibrio e il nostro benessere si fondano essenzialmente sull’armonia di corpo e mente.

Mentre li nominiamo questi aspetti sembrano due, ma in realtà si tratta di un tutto indivisibile, perché la mente abita in ogni singola cellula del corpo: un insieme di parti intelligenti che collaborano le une con le altre per avere sempre il miglior risultato possibile di quel momento. La mente ci serve per capire, per crescere in consapevolezza, per decodificare l’esperienza, ma è il corpo che ci permette di fare tutto questo.

Perché il corpo in mente?

Anticamente il nostro legame col corpo sembrava solido e scontato: il corpo veniva usato per qualsiasi attività legata alla sopravvivenza: cacciare, coltivare la terra, camminare o cavalcare, lottare o fuggire, costruire un riparo, ecc. L’epoca moderna, con l’avanzare di tecnologie sempre più sofisticate, ci ha senz’altro facilitato le cose, ma ci ha anche allontanato dal contatto naturale con il corpo.

Inoltre, anche l’aumento progressivo e incessante di stimoli intellettuali ci ha sospinto via dal corpo. Esso è rimasto come disabitato, mentre noi occupiamo più che altro lo spazio angusto della testa, che contiene il cervello, e per il resto ci aggiriamo come fantasmi attorno al corpo, imponendogli canoni, obblighi estetici, desideri e ritmi dettati da mode e idee.

Il bombardamento dei media, a cui siamo costantemente sottoposti, punta l’accento pressoché esclusivamente sul discorso estetico; è assente una qualsivoglia ispirazione verso un percorso individuale di riconoscimento e valorizzazione del proprio corpo così com’è, perché è in ogni caso contenitore intelligente di un essere con vari gradi di coscienza.

L’immagine del corpo ideale pubblicizzato dai media e quella che lo specchio mostra, evidenziano spesso tali discrepanze da creare una frattura interiore insanabile tra realtà e desiderio. La scissione che viene a crearsi può arrivare fino al rifiuto del proprio corpo, sempre confrontato con modelli immaginari difficilmente raggiungibili, ma presentati come indispensabili per ricevere accettazione e riconoscimento. Entrare in questa dinamica conduce a negare la propria realtà, a sviluppare un senso di estraneità col corpo.

In nome di un’immagine ideale standardizzata, e perciò inautentica, il corpo viene rifiutato, trattato come un estraneo, e spesso odiato. La crescente diffusione di tatuaggi, piercing, e mutilazioni testimonia come il corpo venga ora trattato come un oggetto di moda, uno dei tanti gadget del consumismo.

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La negazione dei cicli naturali del corpo

L’aumento di problemi legati all’alimentazione come anoressia e bulimia, un tempo unico appannaggio delle donne, ora sempre più presenti anche tra gli uomini, testimonia l’allargarsi della frattura tra mente e corpo. Sempre più sembra che del corpo l’unica cosa da prendere in considerazione sia l’immagine da mostrare.
Lo specchio deve mostrare un’esteriorità idealmente senza pecche, vale a dire la negazione della verità che sta dentro, e che il corpo, materializzazione di ciò che vive nell’oscurità dell’inconscio, mostra alla luce.

Il corpo ci inquieta anche per un’altra importante ragione, è corruttibile e muore, perciò è meglio negarlo nutrendo un altro modello ideale inautentico: l’utopia dell’ eterna giovinezza.
Invecchiare è visto dalla grande maggioranza soltanto come decadenza, l’avvicinarsi a quell’appuntamento che si rifiuta, meglio perciò affidarsi ai venditori del sempre giovane.

Questo genere di propaganda non può che rivelare quanto sia effimera, illusione immaginaria che prima o poi è costretta al confronto con la realtà di un corpo che reclama il suo diritto di invecchiare. Quando la maschera si sfalda, si rischia di dover fare i conti con un vuoto a cui è difficile dare un senso.

Le varie maschere di plastica periodicamente rifatte con cui personaggi più o meno conosciuti si propongono al nostro sguardo, cancellandone via via particolarità e caratteristiche personali, ci fanno vedere quanto per perseguire l’utopia di un’eterna giovinezza si sia disposti a rinnegare se stessi. Man mano però che la possibilità delle riparazioni si esaurisce, si arriva al confronto con quella realtà che si voleva negare: il corpo invecchia e muore.

Chi non è riuscito a sviluppare un sistema di credenze capace di attribuire un valore a ogni tappa del percorso che va dalla nascita alla morte, un’accettazione costruttiva rispetto ai propri limiti, una certa fierezza, un orgoglio rispetto a se stesso, facilmente rischia di dover fare i conti con le manifestazioni sintomo del rifiuto: ansia, panico e depressione…

Costruire l’alleanza tra mente e corpo

D’altronde nello svilupparsi della nostra coscienza non c’è fin da subito un rapporto diretto e consequenziale tra mente e corpo. L’impatto che il bambino piccolo ha con la propria immagine riflessa è un senso di estraneità; quando si vede allo specchio gli sembra al’inizio che si tratti dell’immagine di uno sconosciuto, di un estraneo. Solo in seguito la parola dell’Altro, sia un genitore o chi ne fa le veci, introdurrà una connessione di senso tra quel corpo e l’idea su di esso.

Avere un corpo, riconoscerlo, accettarlo, incorporarlo cioè nello spazio mentale, con tutti i suoi pregi e difetti, è una strada che ogni essere umano, a partire dall’infanzia, deve desiderare di percorrere: l’alleanza tra mente e corpo non è innata, non è garantita, è invece necessario impegnarsi per costruirla. Ed è facile, respirando e vivendo in questo inconscio collettivo che rinforza sempre di più la frattura tra il corpo reale e quello ideale immaginario, cadere nell’inconsapevolezza del perseguire il desiderio di ciò che non siamo; la trappola della negazione.

Certo ora non dobbiamo più cacciare per mangiare, fuggire dai predatori, e nemmeno camminare se non lo vogliamo e, in definitiva, può sembrare che non abbiamo più bisogno del corpo. Le conseguenze di tutto questo si vedono molto bene: la mente priva della saggezza e della grazia naturale del corpo si è persa sempre più su sentieri di mero intrattenimento e bisogno di soddisfazione dove niente è mai abbastanza e il risultato è la nevrosi e l’insanità, quand’anche non si arrivi ad abiezione e perversione. Mancando la presenza del corpo che ci riporta alla realtà non c’è più un limite ragionevole che ci guidi nelle nostre scelte.

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Cos’è la fede e l’appartenenza?

La mancanza della fede è un’altra conseguenza del nostro non essere nel corpo, e non ci si riferisce con questa parola all’adesione a un culto o a una religione.

E’ il contatto col corpo che ci guida a sentirci in contatto con la terra, con i suoi cicli, con i cambiamenti continui che si verificano nella vita e in noi stessi. E’ questo il legame, sacro e imprescindibile che ci permette di connettere il senso di noi stessi, la nostra esistenza e l’universo.

Proprio questo possiamo definire fede: la possibilità di sentire un forte collegamento con la nostra interiorità e con gli altri, di percepire l’esistenza di qualcosa di più grande del nostro piccolo io, a cui apparteniamo. E’ il nostro senso di appartenenza a questa dimensione superiore che ci mantiene connessi a valori che sono gli stessi per tutti: l’amore per l’esistenza, la fiducia nonostante tutto, la solidarietà, l’appartenenza alla terra e a un posto.

Tutto questo è possibile soltanto se siamo radicati nel corpo, se possiamo renderci conto che sentire veramente è altra cosa da pensare di sentire.
Schiavo dell’esteriorità e dei falsi miti del consumismo, del guadagno ad ogni costo e del potere, l’uomo moderno si è sempre più allontanato dal corpo e dalle sue radici, così è diventato progressivamente sempre più instabile, preda di nevrosi e insanità.
Senza un vero contatto col corpo siamo in balìa della mente che, priva di radicamento nella realtà, può trascinarci a suo piacimento in qualsiasi mondo i suoi timori la spingano a creare.

E’ il corpo che conosce l’adesso, l’unico tempo che abbiamo a disposizione. La mente si abbarbica invece a passato e futuro, sfugge a tutto ciò che può rendere più semplici le cose, ci porta lontano dalle semplici operazioni che potrebbero liberarci dal malessere, perché così può mantenere il suo potere su di noi.

Per sviluppare la fede è necessario il legame con il corpo, e non è solo un’affermazione simbolica: ad esempio per il coraggio serve un fegato che funzioni bene, così come per saper prendere decisioni è necessaria una cistifellea che lavori efficacemente.

E se non ci amiamo e non digeriamo la nostra vita, sarà molto difficile che il nostro stomaco funzioni a dovere; e se non assimiliamo correttamente il cibo avremo poca energia, quindi poca presenza ecc. ecc. ed ecco che la qualità della presenza a noi stessi nella nostra vita si rivela composta di tanti piccoli passi che partono da come pensiamo, mangiamo, beviamo, dormiamo, viviamo la realtà del corpo. Ed è il dentro che determina il fuori.

Se non sappiamo stare dentro al corpo con coscienza non possiamo usufruire della sua saggezza acquisita in milioni di anni, non possiamo utilizzare gli strumenti che ci mette a disposizione. Abbiamo dimenticato che tutto accade nel corpo, il corpo è il contenitore, l’atanor alchemico dove i processi di trasformazione possono, o no, avere luogo. Per essere sani e liberi da nevrosi e paure abbiamo bisogno di ritrovare il contatto col corpo e con la capacità di sentirlo profondamente, di riconoscerne la sacralità, di riceverne la guida!

Nel corpo e nelle soluzioni che la sua sapienza antica ha elaborato ci sono molte delle risposte e delle soluzioni che stiamo cercando! Al di là delle dissertazioni dei filosofi, per il corpo il dualismo cartesiano mente-corpo non è mai esistito! Nella percezione della sua unità il corpo ha sempre trovato il suo posto e la sua appartenenza, come testimoniano tutte le tradizioni tribali.

Da sempre lo sciamanesimo di tutte le epoche e luoghi esplora ed afferma il legami del piccolo con ciò che è più grande, e attribuisce ad ogni cosa un’anima e una coscienza. Il corpo appartiene alla natura, come tutto il vivente è in comunicazione con la madre – la terra e con il padre – il cielo.

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Corpo e mente uniti e indivisibili

Tutte le tradizioni religiose lo affermano, ad esempio il Taoismo, l’Induismo, il Buddismo. Corpo e mente uniti e indivisibili è un concetto centrale nel Buddismo; con corpo qui si vogliono indicare i fenomeni fisici che possono essere concretamente visti, e con mente i fenomeni mentali e spirituali che restano invisibili.

Per il Taoismo la via-non-via del wu wei è il contatto col corpo. Si consiglia alla mente di sprofondarsi e dissolversi nel corpo. L’estasi sessuale, per esempio, è un modo di farlo a cui i taoisti hanno riconosciuto sempre un’enorme importanza; essi affermano lo spirito deve immergersi nel basso ventre. Unicità viene dalla traduzione di un termine giapponese che significa non due, o non dualità, non vuole quindi affermare che corpo e mente, fisico e spirituale, sono assolutamente identici, ma che nonostante siano due classi di fenomeni distinte, essi sono anche aspetti di una stessa cosa: hanno entrambi origine nella comune
radice della vita stessa, nella realtà ultima o legge della vita.

Se riconosciamo questa Legge e attraverso pratiche adeguate la onoriamo, possiamo allora attingere alla sorgente della forza vitale cosmica da cui derivano gli aspetti fisici e spirituali della vita, e in questo modo arricchire, armonizzare e rivitalizzare le nostre individualità fisiche e spirituali.

Gli strumenti che il corpo ci mette a disposizione per l’alchimia interiore necessaria alla trasformazione funzionano da milioni di anni: il respiro, il movimento, la voce e il suono, la visualizzazione, la focalizzazione dell’intenzione, la meditazione e l’uso corretto del pensiero, e non ultimo la capacità di unità del cuore.

Il corpo sa stare nel presente

Il dolore non è dovuto alla cosa in sè, ma alla valutazione che voi ne fate; valutazione che avete il potere di revocare in qualsiasi momento, diceva Marco Aurelio. E’ il corpo che ci permette di stare nel presente, è solo nel presente che possiamo trovare lo spazio per osservare. Osservando si produce a un certo punto una prospettiva diversa, e questo favorisce la possibilità di lasciar andare la lettura della realtà che ci creava conflitto.

Quando riusciamo a fare questo è perchè si è prodotto uno spostamento: il centro non è più basato su quel piccolo io che si crede protagonista dei vari processi – eventi, pensieri, sensazioni ecc. – con grande senso di importanza e di dramma, ma si è spostato su un io che osserva quanto sta accadendo e semplicemente riflette i contenuti della mente.

Jung definisce questo movimento il passaggio dall’io al sé, e lo definisce la terapia per eccellenza: senza dover fare nient’altro viene raggiunta una profonda unità tra mente e corpo, la coscienza è senza contenuti e contemporaneamente tutti i contenuti possono esistere.

L’io, da isterico e pauroso protagonista, si trasforma in specchio quieto che semplicemente riflette quanto gli passa davanti, senza giudicare, catalogare, affermare o negare, senza cercare di trattenere gli aspetti piacevoli dell’esperienza o di allontanarne quelli spiacevoli.

Avere il corpo in mente

Allora, per tornare al titolo di questa riflessione, la vicinanza tra la mente e il corpo viene ad assumere un ruolo fondamentale, imprescindibile se non vogliamo rischiare di perderci di vista e perdere il senso che vogliamo dare alla nostra esistenza, senza che questa sia stravolta e gestita da una superficie a cui non corrisponde nessuna reale sostanza.

E’ forse perciò opportuno e necessario avere il corpo in mente, ritornare costantemente al corpo, ogni giorno interrogarci su quanto vivo e presente sia il nostro rapporto con esso, perché il corpo possa rivelare le sue magie, che sono quelle dell’inconscio, e aiutarci a scoprire il nostro vero sé, e finalmente essere.


Bibliografia

La Depressione e il corpo, A. Lowen, ed. Astrolabio