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Aprire il cuore non è facile, anzi forse siamo convinti che non sia una buona idea … così tante esperienze dolorose e difficili ci hanno spinto a chiuderlo, e adesso non riusciamo a ritrovare il contatto con la nostra parte tenera e vulnerabile.

Ma quali sono le conseguenze se viviamo col cuore “chiuso”? Se il cuore è chiuso non saremo in grado di amare noi stessi, di sviluppare accettazione per ciò che siamo, e visto che questa è la base per evolvere, le porte della trasformazione e dell’evoluzione resteranno chiuse.

Tutti vorremmo essere amati; provare la grande gioia di una relazione appagante in cui poter dare e ricevere con pienezza è l’aspirazione della maggioranza degli esseri umani. Ma se il nostro bambino interiore (un altro modo per dire l’inconscio) racchiude profonde ferite perché abbiamo vissuto situazioni di abbandono, rifiuto, manipolazione, violenza o umiliazione, la sua tendenza sarà cercare di proteggerci chiudendo il cuore all’amore.

Nel corso della vita, ogni volta che si avvicinerà una situazione che farà risuonare quella sofferenza del passato, il cuore si chiuderà. Spetta a noi la scelta, o meno, di lavorare su di noi per sciogliere i traumi passati che tengono viva la sofferenza e alimentano risentimento, paura, rabbia, sospetto, sfiducia …soltanto allora il cuore ritroverà la fiducia che gli consentirà di aprirsi per permettere all’amore di fluire.

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Cosa significa concretamente “cuore aperto” o “chiuso”?

I problemi che ci troviamo ad affrontare, si tratti di difficoltà a trovare un lavoro adatto a noi, o il partner giusto, oppure di problemi di denaro, di scarsa autostima e senso di inadeguatezza, di salute … nessuno di questi fenomeni è originato dall’esterno: queste situazioni derivano dai nostri programmi interiori, da quanto ci giudichiamo o siamo invece capaci di accoglierci così come siamo, essere amorevoli con noi stessi come fa una buona madre col suo bambino, a prescindere dalle sue azioni. Quando il cuore è veramente aperto, nonostante le difficoltà che possono essere presenti, c’è soltanto amore, per noi stessi e per la vita.

Un cuore aperto porta una sorta di complicità con il mondo. Gli altri smettono di essere fonte di paura, ansia, sospetto; è come se tra noi e le altre persone si stabilisse una sottile intesa, un senso di fiducia e apertura, del tutto  indipendente da ciò che loro possano o no pensare di noi.

Se il nostro cuore è aperto alle prese con la nostra vita di tutti i giorni in tangenziale, al lavoro, sull’autobus, al supermercato… possiamo ritrovarci ripetutamente sorpresi dalla bellezza delle persone e dalla ricchezza di ciò che percepiamo dentro di noi; sentirci felici senza motivo, al sicuro e protetti fra le braccia dell’esistenza … a casa ovunque ci troviamo.

Ed è una magnifica sensazione camminare per strada sentendosi a casa, avvertire una connessione d’amore con ogni sconosciuto che passa per la via! Penso che questo sia parte della “Nuova Era” che numerose profezie indicano come la speranza di sopravvivenza di questo pianeta:  vivere col cuore aperto, amare e rispettare noi stessi e gli altri, muoversi senza temere nulla, applicare come la cosa più naturale la “regola d’oro”: essere gentili e trattare gli altri come noi vorremmo essere trattati!

Come aprire il cuore ?

Dice Sogyal Rimpoche, maestro buddhista e lama tibetano: “Quando sentite la compassione sgorgare in voi non spazzatela via, non infischiatevene per rítornare il più in fretta possibile ‘normali’, non abbiate paura né imbarazzo dei vostri sentimenti, non fatevene allontanare dalla distrazione, non lasciate che si perdano nell’apatia.

Siate vulnerabili. Cogliete questo improvviso luminoso sgorgare della compassione; concentratevi su questo, scendete in profondità nel vostro cuore e meditate su di esso, ampliatelo, nutritelo, approfonditelo.

Capirete quanto siete stati ciechi alla sofferenza, come il dolore che state provando o vedendo in questo momento non sia che una minuscola parte del dolore del mondo. Tutti gli esseri soffrono, ovunque. Lasciate che il vostro cuore vada verso tutti loro con spontanea e infinita compassione, e indirizzate questa compassione, unendola alla benedizione di tutti i Buddha, all’alleviamento di ogni sofferenza.

La compassione è molto più grande e nobile della pietà. La pietà nasce dalla paura, da un senso di arroganza e di condiscendenza che a volte scivola nell’autocompiacimento del tipo: “Meno male che non è toccato a me”. (…) Educarsi alla compassione significa sapere che tutti gli esseri sono uguali e che soffrono nello stesso modo, significa rispettare chi soffre e riconoscere che non siamo diversi né superiori a nessuno. (…)

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 Provate per chi soffre rispetto e gratitudine, perché ora sapete che chiunque stimoli la vostra compassione con la sua sofferenza vi sta facendo il più grande dei doni: vi sta aiutando a sviluppare quella qualità di cui avete maggior bisogno per progredire verso I’illuminazione.

Per questo in Tibet diciamo che il mendicante che vi chiede 1’elemosina o la donna anziana e malata la cui vista vi stringe il cuore possono essere buddha travestiti che si manifestano sul vostro cammino per aiutarvi a crescere nella compassione e quindi ad avvicinarvi alla buddhità.” Da “Il libro tibetano del vivere e del morire” (il grassetto è mio- NdR)

Come usare la mente e l’intenzione

Secondo la tradizione buddista ci sono due modi per dirigere mentalmente la compassione e renderla attiva. Il primo è pregare, dal profondo del cuore, i buddha e gli esseri illuminati perché tutti i nostri pensieri, parole e azioni siano unicamente per il bene e la felicità di tutti gli esseri.

Diciamo all’esistenza “Benedicimi perché io sia utile”, ed esprimiamo l’intenzione di poter fare il bene di tutti coloro che vengono in contatto con noi, di poter dare un contributo per aiutarli a trasformare la loro sofferenza e la loro vita.

Va da sé che per essere veramente coerenti con questo nostro profondo desiderio, d’ora in poi guideremo la nostra mente ad astenersi da giudizi e commenti negativi su noi stessi, su persone ed esperienze cercando di sviluppare la capacità di sostenere e dare nutrimento al positivo.

Questo non significa voler ignorare e negare la propria negatività, ma riconoscere che le cause sono nel nostro passato ed è quindi nostra responsabilità prendercene cura per superare quella visione.

Il secondo metodo della tradizione buddista per dirigere mentalmente la compassione e renderla attiva è dedicare le nostre pratiche spirituali ed azioni al bene di tutti, all’illuminazione dell’intero pianeta. Esprimiamo l’intenzione che la nostra personale ricerca del risveglio della consapevolezza rechi risveglio a tutti. Possiamo inserire nelle nostre pratiche di meditazione la visione e la sensazione dell’armonia di tutti gli esseri finalmente risvegliati e liberi qui sulla Terra, fare del nostro meglio per essere noi quell’”Uomo Nuovo” che stiamo attendendo. 

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Le tecniche per ripulire la mente da programmi negativi, traumi e shock

Sarà più facile essere l’ “Uomo Nuovo” se decideremo di prenderci la responsabilità di elaborare quando dentro di noi ci appesantisce e ci porta a chiudere il cuore, a erigere barriere tra noi e quello che percepiamo come “esterno”. Anche le cause del dolore che ci ha portato a scegliere di chiudere il cuore per il timore di soffrire di nuovo, sono nel passato. Si tratta di veri e propri traumi non superati che sono rimasti congelati nell’inconscio, e possono riattivarsi quando gli eventi del presente ci stimolano ad aprirci.

Se vogliamo elaborare shock e programmi limitanti del nostro passato, esistono numerose tecniche che possono aiutare, ad esempio Ipnosi, Autoipnosi, PNL, Dmoka, e/o tecniche di psicologia energetica, come EFT o Psych-K, altrimenti quel passato continuerà a sovrapporsi al presente, e ci impedirà di scoprire chi siamo veramente.

Impegnarsi per ripulirsi dalle scorie del “vecchio” è particolarmente importante in questo momento evolutivo così delicato per il pianeta e per tutti coloro che lo abitano: le macerie del vecchio mondo sono sempre più opprimenti e spaventose e il nuovo sembra ancora lontano e non si sa bene come e quando si manifesterà finalmente in modo chiaro e irrevocabile.

Rimanere incrollabilmente focalizzati sul risveglio del nostro più alto potenziale, con fede anche quando ciò che vediamo nel mondo sembra affondare sempre di più nell’ingiustizia e nell’ignominia, e la stessa speranza sembra spesso soltanto un vezzo…forse è proprio quello che siamo chiamati ad imparare. Ricordiamo che è da questa fede, viva nonostante tutto, che in ogni epoca sono sorti i miracoli! Continuiamo perciò ad allenarci ad aprire il cuore e usiamo il nostro pensiero, la nostra intenzione e le nostre azioni, anche se piccole, come se il nuovo mondo fosse già qui.

FONTI

Sogyal Rinpoche, Il libro Tibetano del Vivere e del Morire, ed. Astrolabio